I SEGNI DI PUNTEGGIATURA PIU'

Da: Enrico - Categoria: News
I SEGNI DI PUNTEGGIATURA PIU'

Molti intellettuali e artisti del passato, nel corso della loro vita, hanno sviluppato una qualche idiosincrasia che è poi passata alla storia. Immanuel Kant (1724-1804), per esempio, odiava stare in casa nel primo pomeriggio e usciva a passeggiare alle tre e mezza in punto, mentre Ludwig van Beethoven (1770-1827) contava a ogni colazione 60 chicchi di caffè uno a uno.

1. PUNTO E VIRGOLA. orse non sono solo le grandi penne del passato a nutrire una certa avversione per il punto e virgola, ma senza dubbio anche fra di loro si possono annoverare un paio di modelli. Il primo è certamente Ernest Hemingway (1899-1961), che, come ha spiegato in modo sintetico ed efficace Ursula K. Le Guin (1929-2018), “sarebbe morto piuttosto che ricorrere alla sintassi. O ai punti e virgola“.

2. IL PUNTO ESCLAMATIVO. Il punto esclamativo, invece, nato grazie agli amanuensi dei monasteri medievali, da una parte era amato da Tom Wolfe (1930-2018), convinto del fatto che l’essere umano non pensasse in unità frasali, ma in modo emozionale, e pronto quindi a riprodurne l’enfasi nei suoi testi. Dall’altra parte, tuttavia, si tratta di un segno di punteggiatura detestato da uno scrittore del calibro di F. Scott Fitzgerald (1896-1940), il quale a sua volta ha lasciato un’ammonizione in merito: “Toglieteli, tutti quei punti esclamativi. Un punto esclamativo fa lo stesso effetto di quando si ride alle proprie battute

3. LA VIRGOLA. Altra grande nemica di chi scrive per definizione, la virgola – tanto in italiano quanto in diverse altre lingue – non sempre è stata vista di buon occhio, o utilizzata con cognizione di causa. Toni Morrison (1931-2019), per citarne una, aveva l’abitudine di ascoltare le sue frasi ad alta voce e valutare di conseguenza se e dove andassero inserite eventuali virgole (sbagliando molto di rado, fra l’altro).

4. IL PUNTO. E chiudiamo in bellezza con il punto, perché, ebbene sì, c’è chi non ama neppure la fine di un periodo sintattico e aggira anche questo problema come può. Un maestro in merito è stato James Joyce (1882-1941), il quale specialmente nell’Ulisse ha ridotto al minimo il ricorso a questo segno grafico, per rendere quanto più realistici possibile i lunghi flussi di coscienza del suo testo. Della sua stessa opinione, per quanto sia stato più moderato, si è rivelato poi lo statunitense Cormac McCarthy (1933), che tuttora sostiene di tollerare il punto solo quando deve proprio: “Credo nell’esistenza dei punti, delle maiuscole, delle virgole occasionali, e questo è quanto”, ha detto infatti, lasciando intendere fra le righe di non essere un credente molto praticante.

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